Dai territori sono arrivate più di quattromila persone, tra pescatori e familiari, associazioni di categoria e sindacati. Un incontro speciale che si colloca in un momento difficile. Il settore della pesca in Italia, infatti, non gode di buona salute. E una delle ragioni è dovuta al ricambio intergenerazionale che è in sofferenza da anni: le flotte di pescherecci nelle maggiori marinerie italiane sono in calo, mentre nel frattempo si sono attrezzati e sono cresciuti porti che si affacciano sull’altra sponda del Mediterraneo. C’è una tradizione importante e feconda che rischia di perdersi, se non si inverte la rotta. E si sa che le trasformazioni lavorative hanno sempre alla base dei cambiamenti culturali e che, secondo l’insegnamento di Papa Francesco, «ai problemi sociali si risponde con reti comunitarie» (LS 219). I dati non ci tranquillizzano. In Italia il 70% dei pescatori ha ereditato il mestiere dalla famiglia, ma il 40% dei giovani che hanno il padre o il nonno nel comparto, decide di fare altro. Lo rivela un’indagine di Confcooperative Fedagripesca. Negli ultimi 10 anni la pesca ha conosciuto l’abbandono del 16% dei lavoratori imbarcati, che si sono assottigliati a 22mila (a tempo pieno sono 19mila, gli altri stagionali) rispetto ai 30mila dello scorso decennio. Coloro che operano a terra sono quasi 100mila lavoratori. Il mancato ricambio generazionale ha portato a rendere sempre più complicata la formazione degli equipaggi. Le ragioni di una situazione così drammatica sono molteplici. Ci sono state normative che hanno favorito la rottamazione dei pescherecci e che quindi hanno interrotto l’interesse generazionale: dedicarsi alla pesca non era più conveniente. Ci sono motivazioni culturali, per cui il mestiere è sempre più complicato dal punto di vista delle restrizioni e inoltre risulta essere un lavoro pesante per orari e intensità di lavoro. Se anche le leggi non lo annoverano (ancora) tra i lavori usuranti, di fatto lo è: comporta difficili condizioni lavorative in mare. Di fatto il mestiere del pescatore soffre di scarsa valorizzazione culturale e non conosce grandi prospettive di crescita professionale. Ci sono poi anche ragioni economiche che hanno assottigliato i guadagni, tanto da far pensare che il gioco non vale la candela, e i costi stessi del carburante e dell’attività rappresentano per un armatore investimenti importanti. Non tutti sono in grado di affrontarli. Ci sono, infine, motivazioni formative, per cui il lavoro esige sempre di più competenza tecnologica, legale e digitale: tutti elementi che nel passato non erano richiesti. In positivo, un ricambio generazionale potrebbe portare maggiore innovazione tecnologica nel settore, una maggiore attenzione all’ambiente. Su quest’ultimo punto non possiamo tacere che le specie marine nel Mediterraneo si stanno trasformando: l’aumento della temperatura porta alla presenza di specie aliene e alla sostituzione di altre. Cambiamenti che impattano sul prodotto ittico. Insomma, la crisi della pesca ha radici profonde e si protrae da molto tempo.
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